ARD System

Sito ufficiale del Maestro Giorgio Porcellana

Jeet Kune Do

bruce-lee-jkd

Nel 1958, all’età di 18 anni, Bruce Lee partì da Hong Kong alla volta degli Stati Uniti.
Già ottimo combattente di Kung Fu nello stile Wing Chun, si rese presto conto dei limiti di quest’ultimo in confronto al modo di combattere duro e aggressivo degli occidentali. Tali limiti lo portarono a distaccarsi dall’approcio integralistico al combattimento del Wing Chun in particolare e dei vari stili di Kung Fu in generale, ed alla creazione di uno stile personale di combattimento da lui chiamato “Jun Fan Gung Fu”, antesignano del successivo e definitivo Jeet Kune Do.

Le idee di Bruce Lee erano piuttosto chiare: semplicità, linearità ed efficacia erano alla base del suo metodo, il fine ultimo il combattimento reale. Tutte le tecniche che non funzionavano nel combattimento reale era tempo perso continuare ad allenarle.

“Using no Way As Way, Having No Limit As Limit”

Il Jeet Kune Do Non è uno stile nel senso tradizionale del termine, anzi tale termine è totalmente inadatto per descrivere un sistema che fa dell’informalità (assenza di forme) il suo principio cardine. In tale sistema nulla viene considerato fisso o immutabile, tutto è invece in continua evoluzione. Un’arte per sopravvivere deve evolversi, mutare forme, adattarsi ai tempi, alle circostanze ed all’ambiente in cui si esprime.

“Street Fighting: la realtà della strada”

Cambiare, adattarsi vuol dire soprattutto avere il coraggio di sbarazzarsi di cose che sono ormai inadeguate.
E’ assurdo credere di essere grandi combattenti perchè si conoscono decine e decine di forme o perchè si è bravi ad eseguire centinaia di tecniche in un contesto come quello dell’allenamento in palestra. Significherebbe ignorare completamente il principio fondamentale dello “street fighting”: per strada non ci sono regole, arbitri o protezioni a salvarti la pelle, ma solo tu e il tuo nemico. Sì “nemico”!, perchè nella realtà della strada, in caso di scontro, esistono solo nemici.

“Le distanze di combattimento del Jeet Kune Do”

Si possono sdistinguere 4 distanze basilari in cui si può evolvere un combattimento: kicking range (distanza di calcio), Boxing range (distanza di pugno), Trapping range (distanza di intrappolamento), Grappling range (distanza di lotta).

  1. Kicking range: è la distanza più lunga in cui può evolvere un combattimento a mani nude, in essa troviamo elementi tratti principalmente da MuaY Thai, Savate e Pananjakman filippino.
  2. Boxing range: in questa distanza si trovano principalmente tecniche di Boxe Occidentale e di Panantukan (Boxe filippina).
  3. Trapping range: è considerata la distanza più funzionale nel combattimento reale in quanto consente il controllo dell’avversario.
    Contiene elementi desunti dal Wing Chun e dal Kali filippino. In questa distanza del combattimento reale si inserisce lo studio di altri stili di Kung Fu come il “Qin Na” soprattutto per quanto riguarda l’applicazione di leve articolari.
  4. Grappling range: distanza di lotta in piedi (standing grappling) e a terra (ground grappling), che comprende tecniche di Judo e di Brazilian Ju-Jitsu. Anche in questa distanza si inserisce lo studio del Qin Na soprattutto per le tecniche di controllo dell’avversario.

 

“Gli attributi del Guerriero”

Per attributi si intende quelle qualità innate o acquisite dall’atleta che permettono alle varie tecniche di essere efficaci e funzionali.

  1. Footwork: E’ l’abilità di muoversi con legerezza e precisione, posizionando il proprio corpo nel modo migliore nei confronti dell’avversario. Il gioco di gambe è tratto dalla Boxe Occidentale.
  2. Coordinazione: è l’abilità di coordinare, fondere tra loro i movimenti (siano essi simmetrici o asimmetrici) di vari segmenti del corpo e quindi, nel caso specifico, di varie tecniche.
  3. Forza: Accade molto spesso nel mondo delle arti marziali di sentir dire che la forza non conta o è inutile, in realtà non è vero. E’ vero invece che la forza non dovrebbe essere l’elemento determinante per la riuscita di una tecnica, ma è altrettanto vero che a volte si rivela decisiva ai fini della risoluzione di uno scontro.
    La forza può essere sviluppata in vari modi: con l’uso di pesi (allenamento dinamico o isotonico), o mediante esercizi che non comportino lo spostamento ai capi articolari (allenamento statico o isometrico).
    Il primo tipo di allenamento favorisce sia l’ipertrofia (la misura delle fibre muscolari) che l’iperplasia (numero delle fibre muscolari). Il secondotipo invece agisce prevalentemente su tendini e legamenti favorendo l’agilità e l’elasticità.
  4. Velocità: esistono diversi tipi di velocità: di percezione, di reazione, di movimento.
    La prima è la velocità con cui si percepiscono i movimenti e gli attacchi dell’avversario;
    la seconda è la velocità con cui si regisce ad uno stimolo esterno;
    la terza invece è la velocità tecnico-gestuale con cui si eseguono i vari movimenti tecnico-atletici, ed è condizionata da un perfetto equilibrio contrattile tra la muscolatura agonista, quella deputata al movimento specifico, e la muscolatura antagonista, cioè quella deputata al movimento opposto.
  5. Potenza: è il prodotto tra forza e velocità e come tale si sviluppa intervenedo separatamente sui fattori che la compongono.
  6. Tempismo: è la capacità di assestare il colpo giusto al momento giusto nel posto giusto….
  7. Broken Rhythm (rompere il ritmo): quando i contendenti si muovono con lo stesso ritmo si verifica una rutine in cui ciascuno telegrafa i propri movimenti all’altro. In questo caso vincerà chi per primo riuscirà a rompere il ritmo dell’avversario mediante colpi d’arresto e movimenti spezzati e non cadenzati.
  8. Sensibilità: è la capacità di sentire le linee d’attacco usate dall’avversario senza necessità di guardarlo. Si sviluppa principalmente attraverso esercizi come l’“Hubud-Lubud” del kali filippino o il “Chi Sao” del Wing Chun. Si inseriscono inoltre elementi di Tai Ji Quan e Gracie Ju-Jitsu.
  9. Familiarizzare con la linea: è la confidenza sviluppata con le varie linee d’attacco e di difesa utilizzabili dall’avversario.
  10. Killer Instinct: generalmente è un attributo latente, che resta cioè sepolto nel subconscio dell’individuo sino a che non si verificano condizioni tali da risvegliarlo. Spesso viene colpevolizzato o definito cattivo o sbagliato, per cui si cerca di reprimerlo. Questo istinto di per se non è ne giusto ne sbagliato semplicemente esiste! E’ l’uso che ne viene fatto a renderlo tale (killer) o meno.

 

“La Paura”

In combattimento (e non solo) il peggior nemico è la paura.
Per “paura” si intende quella particolare reazione (psicologica o fisiologica) di disagio ad un pericolo reale o immaginato.
Con l’allenamento al combattimento corpo a corpo, e con l’“allenamento emotivo” si crea un nuovo percorso neurologico di reazione di fronte a situazioni simulate in allenamento e che sappiamo pericolose nelle realtà. La nostra mente non fa distinzione tra esperienza realmente vissuta e esperienza intensamente immaginata: quante volte ci si sveglia in preda al panico dopo un incubo notturno?
Grazie a questa caratteristica neurologica del nostro cervello, possiamo allenarci mentalmente a qualsiasi situazione, creando in noi un modello comportamentale adatto alla situazione reale.

Le fasi sono le seguenti:

  • si individua preliminarmente la situazione reale che ci mette in difficoltà reattiva;
  • si sceglie razionalmente il miglior comportamento per affrontare tale situazione;
  • si visualizza se stessi nella situazione reale, mentre si agisce come deciso in precedenza, l’importante è che la rappresentazione mentale sia intensa, il più aderente possibile alla realtà, fitta di particolari visivi, sonori e cinestetici (sensazioni). La rappresentazione va vissuta in prima persona (associato).
  • si ripete tale esercizio nel tempo in maniera costante fino a quando non si percepisce un nuovo senso di “sicurezza interiore” relativo alla situazione da affrontare (mediamente 30 giorni).

E’ importante ricordare comunque che avere paura di fronte ad un pericolo reale è naturale, fisiologico ed utile se non è paralizzante.
La paura è pur sempre un segnale emotivo e come tale va ascoltato e capito…..il vero coraggio non è non avere paura, ma affrontarla!

Il presente materiale è di proprietà intellettuale della Qin Na Academy